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Aggiornamento contenuti: 16-05-2012 02:00

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SANITA': IN GAZZETTA UFFICIALE ACCORDO STATO-REGIONI SU ECM Roma, 15 mag. (Adnkronos Salute) - Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale di ieri l'accordo Stato-Regioni del 19 aprile 2012 sul nuovo sistema di formazione continua in medicina (Ecm). Nell'accordo sono contenute tutte le regole necessarie a mettere in moto la macchina della formazione continua che consentira' a tutti gli operatori della sanita' (medici, infermieri, etc.) di procurarsi i 150 crediti previsti per il triennio 2011-2013. Lo schema fissa determinate linee di indirizzo, tra cui: i criteri minimi che devono essere adottati da tutti gli enti accreditanti (nazionale e regionali/provinciali) per l'accreditamento dei provider; le procedure per la costituzione dell'Albo nazionale dei provider nel quale annotare eventuali criticita' segnalate dagli organismi di controllo e monitoraggio di livello nazionale o regionale per garantire nel tempo ai professionisti sanitari efficacia, appropriatezza, sicurezza ed efficienza dell'offerta formativa. E ancora: i crediti formativi che, per il triennio 2011/2013, sono fissati nel numero di 150; i compiti degli Ordini, Collegi, Associazioni professionali e le rispettive Federazioni.
TUMORI: MILILLO (FIMMG), MEDICO DI FAMIGLIA ESCLUSO DA CURA E FOLLOW UP Roma, 15 mag. (Adnkronos Salute) - Il medico di medicina generale e' fondamentalmente escluso sia dal processo di cura sia dal processo di follow up del paziente oncologico. E' quanto emerge da un'indagine condotta dalla Fimmg (Federazione italiana medici di medicina generale) e inserita nel Rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici, presentato oggi a Roma dalla Favo (Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia). "Occorre riformulare la medicina territoriale, mettendo il medico di famiglia in condizione di essere ascoltato e di accedere ai dati e agli aggiornamenti sulla salute dei suoi pazienti", sottolinea all'Adnkronos Salute Giacomo Milillo, segretario nazionale della Fimmg (Federazione medici medicina generale). E' stato inviato, via mail, un questionario centrato sulla comunicazione fra medico di famiglia e Centro specialistico dalla dimissione del paziente, a un campione di 466 medici (rappresentativi con buona approssimazione della ripartizione della popolazione italiana nelle quattro aree geografiche). Ebbene, la comunicazione tra Centri specialistici e medici di famiglia "sembra funzionare meglio nel Nord-Est, peggio nel Sud e nelle Isole, e in posizione intermedia nel Nord-Ovest e nel Centro". Una comunicazione strutturata fra medico di base e Centro specialistico sembra mancare in tutte le aree geografiche. "Per questo occorre intervenire", conclude Milillo.
TUMORI: 960 MILA ITALIANI COLPITI IN 5 ANNI, 36,4 MLD L'ANNO COSTI SOCIALI Roma, 15 mag. (Adnkronos Salute) - Sofferenza, paure, ma anche fiumi di denaro per diagnosi, cure e assistenza. Quali costi devono affrontare i circa 960 mila italiani che hanno avuto una diagnosi di tumore negli ultimi cinque anni, e i 776 mila caregiver - in otto casi su 10 familiari - che se ne prendono cura? Ebbene, il costo sociale e' pari a 36,4 miliardi di euro annui: di cui oltre 5,8 miliardi di spese dirette (soldi che escono direttamente dalle tasche dei cittadini e dei caregiver), e oltre 30 miliardi di costi indiretti, tra i quali vale oltre 12 miliardi l'attivita' di assistenza o sorveglianza che i caregiver garantiscono ai pazienti. E' quanto emerge dall'Indagine Favo-Censis sui costi sociali del cancro, presentata alla VII Giornata nazionale del malato oncologico, oggi a Roma. Ben 1.055 pazienti e 713 caregiver hanno partecipato all'indagine sui pazienti oncologici realizzata dalla Fondazione Censis, che ha permesso di costruire una rappresentazione dettagliata di caratteristiche, problemi e aspettative dei malati di tumore nonche' - per la prima volta nel nostro Paese - una quantificazione dei costi sociali che ricadono sui pazienti e i loro caregiver e che si aggiungono ai costi in carico al Servizio sanitario. Le rilevazioni sono state condotte grazie alla Federazione italiana delle associazioni del volontariato (Favo), ai Punti informativi Aimac e alle altre Associazioni del settore. L'indagine rivela che i sussidi vari garantiscono ai malati di tumore entrate complessive annue per 1,1 miliardi di euro, che sono pari a poco piu' del 3% del costo sociale totale. Insomma, c'e' uno squilibrio enorme tra i costi sociali che 'piovono' su pazienti e caregiver, e gli strumenti monetari di cui beneficiano. E ancora, si stima che il costo sociale medio annuo - inteso come costo procapite per paziente e caregiver (laddove e' presente) - sia pari a 34,2 mila euro; per quelli con diagnosi a due anni e' di 36,2 mila euro, per la classe 2-5 anni si contrae a 30,7 mila euro. La spesa annuale e' fatta di oltre 3 mila euro di spese mediche (visite specialistiche, esami radiologici, prestazioni fisioterapiche, ecc.), e oltre 3.600 euro di spese non mediche, dai trasporti alla badante. Non solo. I costi sociali sono diversi quando il caregiver e' convivente rispetto a quando non lo e': dei 776 mila pazienti con caregiver, 530 mila (il 69%) convive. I pazienti e caregiver conviventi hanno un costo sociale totale annuo pari a 26,1 miliardi di euro, i pazienti e caregiver non conviventi di 8 miliardi di euro. Per i conviventi il costo sociale medio e' pari a quasi 45 mila euro annui, mentre per i non conviventi a 29,6 mila euro. Mentre i costi diretti di conviventi e non conviventi sono molto vicini in termini quantitativi (7,4 mila euro per i conviventi e quasi 6,9 mila euro per i non conviventi), e' ampio lo scarto per i costi indiretti che sono pari a 41,8 mila euro per i conviventi ed a 26,6 mila per i non conviventi. Uno scarto "da imputare alle attivita' di assistenza e sorveglianza, che nel caso di convivenza del caregiver valgono quasi 19,4 mila euro, e in caso di non convivenza valgono 7,2 mila euro". E ancora: il 77,3% definisce ottimi o buoni i servizi sanitari con cui sono entrati in contatto (quasi il 26% ottimi e oltre il 51% buoni). I servizi sociali sono considerati buoni o ottimi 'solo' dal 45,1% (il 13,6% esprime un giudizio di insufficienza, e il 21% non riesce a valutarli). L'assistenza domiciliare e' giudicata insufficiente dal 42% dei pazienti intervistati, e quasi il 50% dei pazienti definisce insufficienti le tutele economiche. Per il futuro "i costi sociali rischiano di esplodere se non si potenzia la prevenzione, e non si investe in cure piu' efficaci e con minori effetti collaterali". "Non piu' welfare solo riparativo vuol dire investire oggi per ridurre l'insorgenza dei casi di tumore e, laddove invece emerge la malattia, poterla curare riducendo gli impatti sulla vita familiare, sociale, lavorativa delle persone", spiegano gli autori dell'indagine. Se non si seguiranno queste strade, conclude Favo, sara' difficile finanziare l'assistenza per patologie che sono sempre piu' croniche ma che generano alti costi sociali diretti e indiretti, che pesano sulle famiglie e le comunita'.
SANITA': ROMA, MEDICI FAMIGLIA IN FORMAZIONE IN PROTESTA DAVANTI CAMERA Roma, 15 mag. (Adnkronos Salute) - Avevano minacciato mobilitazioni e giorni di lotta, e stanno mantenendo la promessa: medici in formazione in medicina generale - in compagnia di una delegazione di giovani specializzandi - stanno protestando a Roma davanti alla Camera dei deputati. Centinaia di ragazzi, tutti rigorosamente in camice bianco, stanno facendo sentire la loro voce armati di fischietti, bandiere e striscioni. Uno fra i tanti recita: 'Debelliamo l'Irpef-virus da tutte le borse'. L'obiettivo della mobilitazione - indetta dal Segretariato italiano giovani medici (Sigm) e dalla Societa' italiana medicina generale in formazione (Simgif), in collaborazione con i comitati autonomi regionali dei corsisti in formazione specifica di medicina generale - e' quello di sensibilizzare Governo, Parlamento e Regioni sui problemi della categoria. Non e' la prima protesta dei giovani tirocinanti in medicina generale. La scorsa settimana una delegazione dei futuri medici di famiglia ha messo in scena l'occupazione simbolica della sede dell'Ordine dei medici di Roma, incassando la solidarierta' del presidente dell'Ordine capitolino Roberto Lala e dei sindacati di categoria. In particolare, i giovani medici di medicina generale scendono in piazza per chiedere l'immediata detassazione della borsa di studio (oggi gravata da una doppia tassazione: Irpef e Irap), al pari di quanto avviene per i medici specializzandi e i dottorandi, e la valorizzazione del ruolo di corsista attraverso l'istituzione di un contratto di formazione specifica di medicina generale. I futuri medici di famiglia reclamano inoltre maggiori riconoscimenti a fronte di maggiori responsabilita', e un percorso formativo sempre piu' di qualita'. "Siamo venuti - afferma Walter Mazzucco, presidente Sigm - a rappresentare il disagio di alcune migliaia di colleghi tirocinanti in medicina generale, i quali reclamano dignita', reclamano riconoscimenti non soltanto dal punto di vista dello status, ma anche rispetto a quelli che possono essere gli aspetti formativi e professionalizzanti". A preoccupare i giovani camici bianchi c'e' all'orizzonte anche un altro fenomeno. "Sempre piu' ragazzi, essendo il corso in medicina generale particolarmente svantaggioso, preferiscono - spiega Massimiliano Lucarelli, del direttivo Simgif - abbandonare la borsa e indirizzarsi verso i concorsi per la specialita'. Questo - conclude - portera' in futuro a una carenza dei medici di famiglia".
TUMORI: AIOM, 35% MALATI IN CURA DA OLTRE 5 ANNI, SERVE SUPPORTO MEDICI FAMIGLIA Roma, 15 mag. (Adnkronos Salute) - Il 35% dei pazienti oncologici e' in cura da oltre 5 anni. E se dal tumore si guarisce sempre piu' spesso, va realizzato un nuovo modello organizzativo che coinvolga piu' figure professionali. A sollecitarlo sono gli esperti dell'Aiom (Associazione italiana di oncologia medica), intervenuti oggi a Roma alla VII Giornata nazionale del malato oncologico organizzata dalla Favo (Federazione italiana delle Associazioni di volontariato in oncologia). Il 73% dei pazienti con una precedente diagnosi di tumore teme la recidiva della malattia, ma vive la visita di follow up come un momento rassicurante; in meno del 20% dei casi questi controlli provocano ansia e preoccupazione. Ma il peso di questa attivita' non puo' pero' ricadere solo sull'oncologo: deve essere assorbito da piu' figure professionali, a partire dal medico di famiglia. E' quanto emerge dalla prima indagine sull'organizzazione del follow up, che ha coinvolto sia gli oncologi che i pazienti, presentata oggi al Senato. "Il follow up - sottolinea Stefano Cascinu, presidente Aiom - ha un impatto fondamentale sulla qualita' di vita e sulla riduzione della mortalita' dei pazienti. E' necessario creare strumenti operativi per realizzare una proficua collaborazione con altre figure professionali. Piu' del 90% degli oncologi afferma che il ruolo del medico di famiglia andrebbe valorizzato meglio". Il modello organizzativo prevalente nel nostro Paese e' quello 'sequenziale': dopo una prima fase di follow up esclusivamente specialistico, e' prevista una completa delega del paziente al medico di medicina generale. "Ma il tempo che intercorre tra i due momenti - continua Cascinu - e' variabile tra le diverse strutture (2-3, 5 o 10 anni) e non e' trascurabile la percentuale di oncologi che dichiara di mantenere in cura i pazienti per tutta la vita". "Il 35% dei pazienti riferisce di essere in follow up da piu' di 5 anni, a conferma che e' diffusa, nelle oncologie italiane, la tendenza a proseguire indefinitamente questa pratica", sottolinea Cascinu. "Chiediamo - afferma Francesco De Lorenzo, presidente Favo - che venga adottato un modello di 'cure integrate', che si caratterizza per una costante interazione tra i professionisti coinvolti nel follow up, in tutte la fasi della storia clinica della persona". Al questionario sul follow up, contenuto nel IV Rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici, hanno risposto 395 pazienti (nel 62% dei casi i sondaggi sono stati compilati da donne con cancro del seno) e hanno partecipato circa cento strutture.
SANITA': TAGLI E NO TURNOVER, IN 2 ANNI 30% ONCOLOGIE MEDICHE SENZA PRIMARI Milano, 15 mag. (Adnkronos Salute) - Il vento dell'Austerity soffia sull'Italia e il plotone di primari ospedalieri italiani rischia la 'sforbiciata'. La tagliola azionata dalla crisi e' gia' in azione e non risparmia neanche le Oncologie mediche, reparti che sono a rischio di ridimensionamenti e chiusure soprattutto in Regioni sotto piano di rientro, ma anche in quelle con i bilanci in attivo. Gia' qualche taglio e accorpamento c'e' stato. In alcune Regioni semplicemente si procede non sostituendo il dirigente che va in pensione. E "se si continua cosi' - avverte il presidente del Collegio italiano dei primari oncologi medici ospedalieri (Cipomo), Roberto Labianca - la sensazione e' che nel giro di 2 anni il 20-30% delle Oncologie mediche sara' 'decapitato' dei vertici". Una previsione non rosea, ma suffragata da alcune tendenze gia' in atto. "Le Oncologie mediche sono minacciate dai piani di rientro e dai tagli - spiega Labianca oggi a Milano, presentando il XVI Congresso nazionale Cipomo (Cosenza, 17-19 maggio) - Ci sono state chiusure e accorpamenti e se ne rischiano ancora, anche solo per l'effetto delle mancate sostituzioni di primari che vanno in pensione. Crediamo che questo equivalga a togliere dei reparti che sono punti di riferimento per i pazienti e le loro famiglie". "C'e' un discorso generale a livello nazionale di riduzione dei primariati e questo tema passa soprattutto nelle Regioni che hanno dei piani di rientro. In Regioni come la Lombardia", dove Labianca lavora, "anche se nelle Regole di quest'anno e' citata questa riduzione del primariato in realta' ci si muove con prudenza. Se ci confrontiamo infatti con altre Regioni siamo in una posizione contraria: quasi dovremmo assumere", spiega il presidente di Cipomo. "Non vogliamo fare una difesa corporativa dei primari di Oncologia medica - prosegue - Questi reparti sono nati negli ospedali negli ultimi 10-15 anni e sono diventati un punto di riferimento del paziente, della famiglia, ma anche della societa'. Quando parliamo di evitare i tumori ereditari, vuol dire che anche i sani devono avere un punto di riferimento in una realta' che sia di oncologia. Noi combatteremo sempre l'idea che un malato di tumore possa essere curato in un posto in cui non c'e' scritto oncologia, dove chi dirige la struttura non sia un oncologo. Vorrebbe dire fare confusione e togliere possibilita' di cura al paziente". In questo periodo, sottolinea, e' capitato che "decapitassero i vertici di un'Oncologia medica e strutture dove si curano i tumori sono finite dentro strutture indifferenziate di medicina". Quanto alla Lombardia "abbiamo qualche realta' in cui, essendo andato in pensione il primario, i malati di tumore sono seguiti in una realta' che non ha al vertice un primario oncologo. E neanche questo mi sembra buono. Noi restiamo vigili". Anche se, conclude Labianca, siamo consapevoli della necessita' di una gestione oculata delle risorse. Ma ci sono diversi discorsi da affrontare. Per esempio oggi c'e' la tendenza a spendere molto denaro per acquistare macchine hi-tech sono perche' sono uno 'status symbol'. Ma l'oncologia non puo' essere uguale su tutto il territorio nazionale, e' un settore in cui conta il volume di casi operati diagnosticati e trattati e oggi abbiamo farmaci nuovi che non tutti potranno usare. Ci deve essere una rete e specifici centri hub e si deve evitare la corsa indiscriminata al robot o ad altre tecnologie che rischiano di essere solo una voce di spesa".

Progetti dell'Ordine


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