(DIRE) Roma, 20 giu. - "In termini medici si chiama disforia di genere, in pratica è uno stato di incertezza sull'identità sessuale, relativa all'identificazione rispetto al genere, spesso doloroso e marginalizzante". Così Piernicola Garofalo, endocrinologo dell'età evolutiva e componente in Sicilia del Tavolo regionale per la Medicina di genere, interpellato dalla Dire dopo i risultati preliminari dello 'Studio sullo stato di salute della popolazione transgender adulta in Italia', condotto dall'Istituto superiore di Sanità in collaborazione con centri clinici distribuiti sul territorio nazionale e associazioni/collettivi transgender. "Si tratta di una condizione che sempre più va assumendo i connotati di una 'non malattia' in senso tradizionale- prosegue l'endocrinologo- Infatti non sappiamo perché viene, né abbiamo una terapia specifica per curarla.
Abbiamo però certamente gli strumenti per riconoscerla e supportarla".

La disforia di genere, nota anche come incongruenza di genere, è quindi un "disagio soggettivo espresso fin dalla prima infanzia", la cui diagnosi non consiste in esami ematici (ormonali o genetici) ma in valutazioni psicologiche e comportamentali. "Sia il percorso diagnostico sia quello terapeutico sono rigidamente validati- spiega Garofalo- e richiedono almeno due o tre anni per un corretto completamento". Ma chi può riguardare la disforia di genere? "Ragazzi o ragazze di qualsiasi livello socio-economico, cresciuti bene in ambienti familiari 'normali', culturalmente validi, sensibili, ma decisi ad intraprendere un cammino di identificazione che hanno atteso da tempo". E il cammino non sarà sempre una 'passeggiata', tra "strappi affettivi, amicali e sociali", ma anche un "nuovo ruolo da ridisegnarsi addosso e poi un lungo percorso di transizione/affermazione di genere, ormonale e chirurgica- sottolinea l'endocrinologo- che segnerà per sempre lo strappo con il corpo di prima". Fino a pochi anni fa, le persone transgender erano prevalentemente nate maschi con percorso verso il genere femminile. "Oggi invece c'è una netta inversione di tendenza- fa sapere l'esperto- circa due terzi dei giovani transgender sono di sesso biologico femminile alla nascita".

La percentuale di adolescenti post puberi, in percorso trans, che cambia idea ('desisters') è "molto bassa- fa sapere ancora alla Dire Garofalo- intorno al 2-4%". Diversi transgender preferiscono quindi una transizione chirurgica ('riassegnazione fenotipica') non completa: "Alcuni- aggiunge l'endocrinologo dell'età evolutiva- scelgono di conservare i gameti (spermatozoi, ovociti) prima della transizione ormonale e/o chirurgica per una futura riproduzione in vitro". I transgender hanno "usualmente una vita di coppia stabile, da eterosessuali".

Ma cosa si sente di dire ai ragazzi o alle ragazze che vogliono intraprendere questo percorso e ai loro genitori? "Ai giovani voglio dire di non ghettizzarsi, di non usare la loro condizione come disabilitante, ma di vivere pienamente il loro nuovo ruolo- aggiunge ancora l'endocrinologo- mentre ai genitori di non osteggiare a priori e non alzare muri, piuttosto di provare a capire e discutere con delicatezza". Garofalo tiene infine a rivolgere un messaggio anche ai pediatri: "A coloro che hanno la responsabilità della salute dei giovani raccomando un aggiornamento continuo e la capacità di fare rete con i centri specifici ormai presenti in diverse realtà sanitarie".

(Cds/ Dire)

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