Roma, 22 giu. - Sono passati quasi due anni e mezzo dall'inizio della pandemia, "sembrano un ricordo lontano" quei mesi durante i quali il personale medico-sanitario lavorava senza sosta, con doppi turni, isolandosi delle proprie famiglie per rischio di contagio. Gli effetti traumatici che il COVID-19 ha riportato sulla salute mentale e sull'attività di cura (caregiving) del personale medico-sanitario si sono manifestati già dai primi mesi pandemici ma continueranno anche a medio-lungo termine nei prossimi anni. Fondazione Soleterre, fin dalla prima fase di emergenza, ha creato un modello per valutare e dare supporto psicologico agli operatori sanitari. Ora, dopo più di 24 mesi, in collaborazione con l'Università di Pavia ha realizzato un clinical trial, ovvero uno studio preliminare su un campione di 225 persone - membri del personale medico-sanitario del Policlinico San Matteo di Pavia.

Durante il webinar 'COVID o post COVID. È questo il problema?', organizzato da Fondazione Soleterre e IESC (International Ethics and Scientific Committee) lo scorso lunedì 20 giugno, sono stati presentati i primi risultati da Lavinia Barone, docente all'Università di Pavia. L'obiettivo dello studio è di avviare una riflessione sull'azione di cura a livello psicologico per capire in primis come stavano questi operatori e se fossero in grado di continuare a prestare cura ai pazienti e, in secondo luogo, comprendere l'efficacia della tipologia di supporto psicologico, erogato in presenza o remoto.

I sintomi trasversali rilevati sono diversi, dall'ansia, alla depressione, dai problemi di sonno alla somatizzazione, fino all'abuso farmacologico. Grazie allo studio si è rilevato l'impatto dello stress da trauma e come questo incida sul burnout, generando nel personale medico-sanitario poca motivazione nel lavoro e disinteressamento nei confronti dei pazienti, fino al malessere psicologico legato al costante contatto con la morte.

Uno dei sintomi riscontrati è l'ansia, legata a problemi del sonno e di gestione della rabbia. Quasi un terzo dei sanitari che hanno in cura pazienti COVID-19 continua a "non star bene" a causa degli elevati elementi stressogeni da fronteggiare. Ma grazie allo studio si sono identificati i gruppi più a rischio: il genere femminile soffre di ansia, depressione e disturbi del sonno in maniera più marcata rispetto ai colleghi uomini.

Inoltre, gli operatori che lavorano in rianimazione sono più a rischio rispetto, per esempio, a chi lavora in pronto soccorso.

Passando invece alla modalità di intervento psicologico, è emersa dallo studio l'efficacia di un'azione - non solo di ascolto e di sostegno espressivo dei sanitari - che prevede anche la partecipazione attiva e la creazione di un ambiente terapeutico, sviluppata con un format di cinque colloqui di 50 minuti. Per il 30% di sanitari che tuttora "non stanno bene", presentando cioè sintomi da moderato a grave, è stato fruttuoso l'intervento in presenza, aiutando in modo significativo ad attenuare l'ansia.

"Quando è iniziata questa esperienza ci siamo ritrovati all'Ospedale San Matteo di Pavia ad affrontare da soli una malattia a cui nessuno sapeva come approcciarsi. Medici che di solito devono sapere il da farsi si sono trovati senza strumenti, cercando di trovare nuove conoscenze per risolvere la situazione. L'intervento della Fondazione Soleterre ha, in un primo momento, permesso di creare un modello per dare valore e supporto psicologico agli operatori sanitari. Nei prossimi mesi, l'analisi continuerà conducendo a maggiori dati per la traumaticità e per il burnout, ma ci si aspetta che la tendenza sarà confermata", afferma Damiano Rizzi, presidente di Fondazione Soleterre.

"Quella messa in campo a Pavia da Fondazione Soleterre e dal San Matteo di Pavia è un'esperienza unica poiché realizzata nella prima linea, in presenza, al fianco degli operatori sanitari nell'Ospedale che ha curato il paziente 1. Solo nel primo anno sono state realizzate, oltre alle attività di ricerca, 3.172 ore di lavoro complessive di supporto psicologico agli operatori sanitari all'interno dei reparti di cura Covid-19. Un lavoro originale e autentico che stiamo ancora svolgendo con i pazienti long-Covid e Covid", afferma Alessandro Venturi, presidente IRCCS San Matteo di Pavia.

(Red)

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